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Mutilazioni genitali femminili

«Khaddy potrebbe essere ancora viva.»

Matou Jawara, Gambia

La mutilazione degli organi genitali femminili è un atto discriminatorio con conseguenze fisiche e psicologiche che durano una vita intera. Ogni dieci secondi, una ragazza è vittima di mutilazioni genitali, alle quali in molti casi non sopravvive. Da oltre dieci anni, l’UNICEF Svizzera sostiene con successo programmi di lotta alle mutilazioni genitali femminili.


La situazione

Ethiopia

Al mondo, si contano circa 130 milioni di donne e bambine mutilate, alle quali si aggiungono tre milioni di nuove vittime ogni anno. In molti paesi questa pratica deleteria è ancora molto diffusa, perché i genitori che vi si oppongono rischiano di non riuscire a far sposare le loro figlie. Anche Matou Jawara ha fatto subire l’intervento alla figlia Khaddy di cinque anni, senza porsi troppe domande. I dubbi sono sorti soltanto quando la piccola è morta.

La mutilazione genitale femminile è una norma sociale accettata presso le popolazioni in cui si pratica. Essa garantisce l’integrazione di una famiglia nella comunità. In alcune regioni dell’Africa settentrionale e occidentale, ne sono vittima fino al 90 per cento delle donne tra i 15 e 49 anni. In Gambia, nella divisione amministrativa dell’Upper River, da dove viene Matou, si arriva al 99 per cento.

 

Tuttavia, l’UNICEF è convinto che per mezzo di campagne di informazione e di sensibilizzazione mirate, la pratica della mutilazione genitale femminile può essere bandita nell’arco di una generazione. Recenti rilevamenti nell’Upper River hanno mostrato che del 99% di donne che hanno subito la mutilazione genitale, solo il 71% permetterebbe che lo stesso sia fatto alle proprie figlie.

Il progetto

Una pratica importante consiste nelle dichiarazioni pubbliche.

Da oltre dieci anni, l’UNICEF Svizzera sostiene programmi di lotta alle mutilazioni genitali femminili. Tutti i progetti sono imperniati sull’educazione ai diritti umani e su campagne informative con il coinvolgimento dei detentori dei poteri decisionali.

Contribuiscono in modo decisivo alla lotta per l'abolizione delle mutilazioni genitali femminili:

  • una legislazione chiara;
  • l’informazione e la sensibilizzazione;
  • il rafforzamento e la protezione delle ragazze.
L’UNICEF punta sul dialogo con governi, popolazioni, personalità religiose, capifamiglia e leader clanici per meglio comprendere il contesto culturale locale. In Mauritania, 34 influenti imam hanno emesso una fatwa contro le mutilazioni genitali femminili.

 

La fine della consuetudine necessita un processo di trasformazione sociale che produce nuove aspettative (norme sociali) nell'ambito della vita familiare. Una pratica importante consiste nelle dichiarazioni pubbliche durante le quali le comunità giurano di abbandonare l’escissione. Se le famiglie che rinunciano alla mutilazione genitale sono numerose, le ragazze trovano facilmente marito.

Progetti di «community empowerment»
In Gambia, l’UNICEF Svizzera collabora da quattro anni con l’ONG Tostan, che concentra tutti i suoi sforzi nell’informazione e nella sensibilizzazione dei villaggi, finché le comunità decidono di rinunciare alla barbara pratica.

«Da quando sono in contatto con il progetto dell’UNICEF, ho capito tante cose», spiega Matou per poi aggiungere: «Se solo potessi tornare indietro. Non permetterei che le mie figlie subissero la mia stessa sorte. E Khaddy sarebbe ancora qui».

L’UNICEF Svizzera finanzia programmi di lotta alle mutilazioni genitali femminili in Egitto, Burkina Faso, Gambia, Guinea-Bissau, Yemen, Mauritania e Somalia.

Aiutate anche voi!

La fine della consuetudine necessita un processo di trasformazione sociale.

Grazie al sostegno dei padrini e delle madrine di progetto, l’UNICEF Svizzera si impegna da anni con successo per l’abolizione delle mutilazioni genitali femminili.

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